Rifiuto del test di paternità

Rifiuto del test di paternità

Il rifiuto del test di paternità ( vale a dire delle indagini genetico ematologiche – DNA) da parte del presunto padre del minore costituisce un comportamento valutabile dal giudice, ex art. 116, comma 2, c.p.c. dotato di un valore indiziario tale da consentire, sulla base dello stesso, di ritenere fondata la domanda di dichiarazione giudiziale della paternità.

Questo è l’indirizzo granitico ribadito dalla Corte di Cassazione, Sez. VI, con l’ordinanza n. 28886 dell’8.10.2019.

La vicenda

La vicenda riguarda il rifiuto del test di paternità da parte di un uomo invocato in giudizio dalla danna con cui aveva avuto una relazione, non importa se breve o lunga, e dalla quale era stato generato un figlio. All’esito, sia il Tribunale che la Corte di Appello dichiaravano la paternità giudiziale dell’uomo, che veniva condannato al pagamento del contributo al mantenimento del figlio nonché al risarcimento dei danni patrimoniali e non, subiti a causa dal figlio per la latitanza della figura paterna.

L’uomo ricorreva in cassazione, ritenendo, innanzitutto, che il giudice di seconde cure  aveva sbagliato a non riconoscere la prescrizione del diritto al mantenimento,  condannandolo a versare il contributo al mantenimento sin dalla nascita.

Inoltre riteneva che la corte di appello aveva erroneamente fondato la propria statuizione sul rifiuto del test di paternità da parte del presunto padre, senza considerare le ragioni del rifiuto (timore del nocumento fisico e psicologico), senza consentigli di dimostrare la propria estraneità attraverso la prova testimoniale o ricorrendo ad accertamenti che non comportassero prelievi ematici.

Prescrizione del mantenimento

La Corte di vertice non ha affrontato la questione relativa alla prescrizione del diritto al mantenimento, riscontrando la mancanza di una domanda e di una statuizione in tal senso. Ad ogni buon conto, al di là, del caso concreto, la suprema corte ha sempre respinto siffatte lamentele, facendo decorrere i termini dalla sentenza che dichiara la paternità (sul punto vanno segnalate discordanti orientamenti giurisprudenziali di merito, che talvolta applicano la prescrizione quinquennale altre volte quella decennale).

Rifiuto del test di paternità

Per quanto concerne la questione relativa alla decisione sulla paternità fondata sul rifiuto del test di paternità da parte dell’uomo, è una decisione conforme ai principi enunciati in materia dalla Corte per la quale nel giudizio per l’accertamento della paternità, il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116 c.p.c., comma 2, sufficiente di per sé a far ritenere  dimostrata della fondatezza della domanda.

A tal proposito basta rammentare che se il riscontro tramite DNA delle dichiarazioni della madre sono da sempre sufficienti ad affermare la paternità, è altrettanto vero che il rifiuto del test di paternità corroborato da altri elementi di verifica è altrettanto pacificamente ritenuto sufficiente a fondare siffatta dichiarazione.

Quindi anche se il legislatore prevede che le affermazioni della madre e la sola sussistenza di rapporti con il preteso padre all’epoca del concepimento non assurgono a prova della paternità, ciò non esclude che le dichiarazioni della donna unite ad altri elementi non possano contribuire a fondare il convincimento del giudice.

Nel caso di specie la Corte territoriale, osservano gli ermellini, ha dato atto dell’acquisizione di altri elementi di raffronto che hanno confermato la ricostruzione fornita dalla donna. Invero la madre del minore   alcuni anni prima aveva intrapreso, e poi non coltivato, l’azione per ottenere la dichiarazione giudiziale della paternità.

Per questi motivi, la Corte Suprema ha avallato  la decisione impugnata fondata sul rifiuto del test di paternità.

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