Visto di ingresso per ricongiungimento familiare a seguito di matrimonio combinato

Visto di ingresso per ricongiungimento familiare a seguito di matrimonio combinato

Il diniego  del visto di ingresso per ricongiungimento familiare a seguito di matrimonio combinato è illegittimo. Infatti  il matrimonio combinato, nonostante che il contatto tra i due nubenti avvenga tramite le rispettive famiglie, non esclude che i due vogliono porre le basi per un vero e propri rapporto coniugale.

Questo è quanto risulta dall’ordinanza della Corte di Cassazione, Sez. VI, del 09.02.2018.

La vicenda riguarda una donna eritrea a cui veniva negato il visto di ingresso per ricongiungimento familiare a seguito di matrimonio combinato  con un connazionale regolarmente residente in Italia.

Il Tribunale aveva accolto l’opposizione avverso il diniego del visto di ingresso per ricongiungimento familiare a seguito di matrimonio combinato, disposto dall’ambasciata italiana di Addis Abeba, sulla base dell’assunto che il matrimonio era stato contratto al solo scopo di consentire alla donna l’ingresso in Italia,ai sensi dell’art.  29, comma 9, d.lgs. 25 luglio 1998, n.286. La Corte di Appello aveva confermato la decisione di primo grado, ritenendo anche essa l’illegittimità del diniego del visto di ingresso per ricongiungimento familiare a seguito di matrimonio combinato.

Avverso la decisione della Corte di Appello, il ministero proponeva ricorso per cassazione.

La Suprema Corte, innanzitutto, ha censurato la decisione del giudice di seconde cure nella parte in cui ha statuito che all’autorità diplomatica è precluso valutare se  il matrimonio sia stato contratto al solo scopo di consentire l’ingresso o il soggiorno dell’interessato nel territorio italiano, dovendo limitarsi alla verifica di documenti o fatti oggettivamente riscontrabili nel paese in cui essa opera.

Per gli ermellini, infatti, all’autorità diplomatica è consentita la valutazione di cui si va discorrendo, in quanto attiene ad uno dei presupposti del diritto al ricongiungimento familiare, che l’autorità amministrativa è chiamata a riconoscere, ai sensi del comma 9 dell’art. 29 d.lgs. 286 del 1998.

Nonostante ciò i Supremi Giudici hanno condiviso l’affermazione della corte di appello secondo cui il diniego  del visto di ingresso per ricongiungimento familiare a seguito di matrimonio combinato è illegittimo. Invero, l’Ambasciata, nel sostenere che il matrimonio del ricorrente era stato contratto al solo scopo di consentire l’ingresso di sua moglie in Italia, aveva in realtà confuso la fattispecie del matrimonio contratto al solo scopo di eludere le norme sull’immigrazione  con quella del matrimonio “combinato” grazie alla intermediazione delle famiglie degli sposi.

Pertanto la Suprema Corte ha ritenuto esatta la decisione del giudice di secondo grado, in quanto per il legittimo diniego del visto è necessario che i matrimoni menzionati al comma 9 dell’art. 9 del d.Lgs. cit. abbiano lo scopo esclusivo di consentire all’interessato di entrare o soggiornare nel territorio dello stato.  In altre parole deve trattarsi  di matrimonio in cui sia estraneo il fine, proprio del matrimonio, di porre le basi di un nuovo nucleo familiare. Mentre, al cospetto di tale fine, la presenza dell’ulteriore finalità dell’ingresso nel territorio dello stato non determina le conseguenze di cui all’art. 29, comma 9, sopra richiamato.

Di talché la Corte ha confermato la sentenza impugnata visto che l’amministrazione, pur avendo sottolineato la mancanza di pregressi rapporti tra gli sposi e l’intermediazione delle famiglie nella loro unione, non ha dimostrato né dedotto che gli sposi non perseguissero anche la finalità tipica del matrimonio.

Quindi gli ermellini hanno concluso che il diniego  del visto di ingresso per ricongiungimento familiare a seguito di matrimonio combinato è illegittimo, in quanto  nel matrimonio combinato, nonostante che il contatto tra i due nubenti avvenga tramite le rispettive famiglie, non esclude che i coniugi vogliono porre le basi per un vero e propri rapporto coniugale.