accettazione con beneficio di inventario

Vendita di cosa altrui: l’accettazione con beneficio di inventario impedisce l’acquisto automatico ex art. 1478 c.c.

Qualora il de cuius ha venduto una bene altrui e non ha adempiuto l’obbligazione gravante sulla parte venditrice di procurare l’acquisto del bene, l’ accettazione  con beneficio di inventario impedisce l’acquisto automatico ex art. 1478 c.c.

In tal caso gli eredi, nel limite del valore dei beni ereditari,  sono chiamati a rispondere delle conseguenze dell’inadempimento, restando comunque esclusa la possibilità  per il compratore di poter invocare l’acquisto automatico ex art. 1478 c.c., essendo quest’ultimo impedito dalla peculiare limitazione di responsabilità scaturente dall’ accettazione con beneficio di inventario.

Questo è quanto chiarito dalla Corte di Cassazione, sez. II, con la sentenza n. 27364 del 29.12.2016.

La vicenda trae origine  da una successione testamentaria. Segnatamente, il de cuius con testamento aveva istituito i figli eredi universali, onorandoli di un legato in favore del coniuge superstite. La moglie aveva rinunciato al legato, ma  successivamente aveva dichiarato di revocare la rinuncia, assumendo che i figli ancora non avevano provveduto ad accettare l’eredità.

In seguito, uno dei figli citava la madre in giudizio  dinanzi al Tribunale, che con sentenza  dichiarava la nullità dell’atto di revoca della rinuncia al legato.

Tuttavia medio tempore l’arzilla madre con atto di compravendita,  dando atto della circostanza che l’immobile era stato oggetto di un legato interessato da una rinuncia successivamente revocata,  aveva alienato l’appartamento ad un terzo, il quale versava a sua volta in mala fede, essendo l’accettazione dell’eredità trascritta in data anteriore alla revoca della rinuncia ed all’atto di compravendita.

Pertanto il figlio conveniva in giudizio il terzo acquirente e l’occupante dell’immobile, affinché fosse dichiarata la nullità dell’atto di compravendita in quanto posto in essere per un fine illecito ed in danno di esso attore, e comunque  per la mancata titolarità del bene in capo alla madre venditrice, e per l’effetto chiedeva la conseguente condanna al rilascio ed al pagamento dell’indennità di occupazione.

Costituendosi in giudizio i convenuti, per quanto qui interessa, deducevano che si trattava di una compravendita di bene altrui e che, a seguito della morte della madre dell’attore, l’obbligazione di procurare l’acquisto della proprietà del bene si era trasmessa in capo anche all’attore, appunto, quale erede della madre.

Il Tribunale dichiarava la nullità della compravendita, con condanna dell’attore al rimborso in favore dei convenuti del prezzo da loro pagato, delle spese e dei pagamenti fatti per il contratto, oltre alla differenza tra il valore del bene al momento del contratto ed il valore raggiunto alla data dell’evizione, così come determinato dal consulente tecnico di ufficio.

Avverso tale sentenza proponeva appello il figlio del de cuius ed i convenuti proponevano appello incidentale.

All’esito del giudizio la Corte di Appello dichiarava l’inefficacia della compravendita, condannando i convenuti al rilascio dell’immobile in favore degli eredi del padre, confermando la condanna di questi ultimi, quali eredi  della venditrice, al risarcimento del danno così come determinato dal giudice di prime cure.

Secondo la corte il contratto non poteva essere ritenuto affetto di nullità, bensì di inefficacia, trattandosi di un’ipotesi di alienazione a non domino, ed escludeva che gli acquirenti potessero invocare l’acquisto in virtù della previsione di cui all’art. 1478, comma 2, c.c., per effetto della successione mortis causa dei figli della venditrice.

Infatti, secondo il giudice di secondo grado, sebbene la norma invocata sia destinata ad operare laddove il venditore di cosa altrui divenga, anche per effetto di vicende successorie, proprietario del bene, favorendo in tal modo l’automatico acquisto della proprietà in favore degli acquirenti, la stessa non poteva trovare applicazione nel caso in oggetto, atteso che la genitrice non era mai stata proprietaria dell’appartamento originariamente di proprietà del marito, avendo rinunciato al legato disposto in suo favore ed essendo inefficace la successiva revoca della rinuncia.

Inoltre, la corte ha escluso che i figli erano succeduti alla madre anche nell’obbligo di procurare l’acquisto del bene in favore dei compratori, in quanto avevano provveduto all’accettazione dell’eredità materna con beneficio di inventario.

Avverso la sentenza della corte di appello veniva proposto ricorso in cassazione.

Per quanto qui interessa gli acquirenti denunciavano le erronee conclusioni  in ordine agli effetti dell’intervenuta accettazione con beneficio di inventario.  Secondo la tesi difensiva l’ accettazione con beneficio di inventario  esclude che i creditori ed i legatari possono aggredire i beni personali dell’erede, ma non impedisce che le obbligazioni facenti capo al de cuius si trasmettano all’erede beneficiato.

La tesi mirava, evidentemente, a conseguire il risultato dell’applicazione alla fattispecie della previsione di cui al secondo comma dell’art. 1478 c.c. che, per l’ipotesi di vendita di cosa altrui, prevede che il compratore divenga proprietario della cosa alienata, qualora il venditore ne acquisti la proprietà. Pertanto secondo gli acquirenti, gli eredi accettando con beneficio di inventario l’eredità della madre, che nella vicenda ricopre il ruolo del venditore di cosa altrui, sarebbero subentrati anche nell’obbligazione di procurare l’acquisto della proprietà della cosa alienata ai sensi dell’art. 1478 c.c., senza che l’eventuale accettazione con beneficio di inventario potesse risultare ostativa di tale obbligazione.

Secondo il Supremo collegio la tesi non può essere accettata. Invero è pacifico che l’acquisto del bene altrui idoneo a consentire il prodursi degli effetti di cui all’art. 1478, comma 2, c.c. possa avvenire mortis causa. Però si deve ritenere che gli effetti della accettazione con beneficio di inventario ostino all’applicazione della previsione de qua, non tanto in ragione della intrasmissibilità dell’obbligazione di procurare l’acquisto, quanto in considerazione del fatto che la responsabilità dell’erede beneficiato opera non solo intra vires (e cioè nei limiti del valore dei beni costituenti il patrimonio ereditario), ma cum viribus, e cioè con i soli beni ereditari.

Per il collegio la disposizione dell’art. 490, comma secondo n. 2), c.c. limita la responsabilità dell’erede accettante con beneficio d’inventario per il pagamento dei debiti ereditari e dei legati “intra vires” e “cum viribus hereditatis”, con la conseguenza che, in caso di inadempimento, il beneficiario del modo testamentario non può agire sui beni propri dell’erede che abbia accettato con beneficio di inventario ma deve subire il concorso dei creditori e dei legatari. A tal fine è stato opportunamente valorizzato il disposto dell’art. 497 c.c., ove è previsto che “l’erede non può essere costretto al pagamento con i propri beni, se non quando è stato costituito in mora a presentare il conto e non ha ancora soddisfatto a quest’obbligo” e che egli “dopo la liquidazione del conto, non può essere costretto al pagamento con i propri beni se non fino alla concorrenza delle somme di cui è debitore”.

Ciò significa che l’ accettazione con beneficio di inventario limita, normalmente, la responsabilità dell’erede non solo al valore, ma anche ai beni a lui pervenuti, assoggettando essi e non quelli personali all’esecuzione forzata.

Invero la corte ha ritenuto che “l’accettazione con beneficio di inventario non opera come fattore confermativo del diritto di credito azionato (che rimane tale nella sua natura, portata e consistenza), bensì assume rilievo ai fini della sua soddisfazione, che, di regola, non potrà che soggiacere a determinati limiti, i quali si costituiscono non solo in riferimento al valore dei beni ereditari, ma anche alla qualità dei beni con cui l’adempimento, genericamente inteso (spontaneo o coattivo), del credito si realizza, ossia con i beni dell’eredità e non già con quelli personali dell’erede”.

Gli ermellini hanno, altresì, chiarito che la peculiare responsabilità “intra vires” e “cum viribus” dell’erede beneficiario per i debiti ereditari costituisce una qualità del relativo rapporto che assume rilievo in fase antecedente l’esecuzione forzata, precludendo ogni misura anche cautelare sui beni personali dell’erede.

Di tal ché a parere del collegio, poste tali caratteristiche della responsabilità dell’erede beneficiato, e ritenuto che sostanzialmente la previsione di cui al secondo comma dell’art. 1478 c.c. sia una peculiare modalità di adempimento  dell’obbligazione di procurare l’acquisto della cosa da parte del venditore di cosa altrui, stante l’autonomia tra patrimonio ereditario e patrimonio personale dell’erede (del quale faceva parte anche in ragione della successione paterna, la titolarità pro quota dell’immobile oggetto di causa), la pretesa applicazione della norma invocata da parte degli acquirenti equivarrebbe ad assicurare il soddisfacimento dell’obbligazione gravante sugli eredi della madre, con beni estranei al patrimonio ereditario, in palese deroga al principio della limitazione di responsabilità “cum viribus”.

Pertanto secondo il supremo consesso, non essendo stata adempiuta l’obbligazione gravante sulla venditrice di procurare l’acquisto del bene, i suoi eredi, sebbene con il limite  del valore dei beni ereditari, sono chiamati a rispondere delle conseguenze dell’inadempimento, come quantificate dalla sentenza impugnata, restando comunque esclusa la possibilità per il compratore di poter invocare l’acquisto automatico ex art. 1478, comma 2, c.c., essendo impedito dalla peculiare limitazione di responsabilità scaturente dall’ accettazione  con beneficio di inventario.