STEPCHILD ADOPTION (ADOZIONE COPARENTALE)

Stepchild adoption (Adozione coparentale)

Mentre la legge sulle Unioni Civili tra persone dello stesso sesso è stata approvata con lo stralcio della norma destinata a disciplinare l’adozione del figlio di uno dei partner di una coppia omosessuale, escludendo altresì la possibilità di queste persone ad accedere al più generale istituto dell’adozione, la giurisprudenza, anche se a macchia di leopardo, ha riconosciuto, sussistendo il preminente interesse del fanciullo, l’applicabilità dell’istituto dell’adozione in casi particolari previsto e disciplinato dall’art. 44 della legge  n.184 del 1983.

Risale al 23 dicembre 2015 la sentenza del Tribunale per i minorenni di Roma  con la quale per la prima volta l’istituto dell’adozione in casi particolari  è stato applicato ad  una coppia di uomini e il figlio di uno di loro nato in Canada da fecondazione eterologa. La sentenza è importante perché  riconosce il diritto del fanciullo di crescere e di essere educato nell’ambito dei propri affetti e  della propria famiglia,  seppur diversa dal tradizionale modello, e sia il diritto dei partner di vivere liberamente la loro condizione di coppia.

Al di là delle valutazioni etiche della vicenda che successivamente verrà riassunta brevemente, è l’equilibrio dimostrato dal Collegio romano che, dopo una approfondita indagine del contesto normativo,  pone ancora una volta al centro del nostro ordinamento il primario interesse del fanciullo. Il Collegio ha affermato a chiare lettere che la valutazione del best interest del bambino deve condotta prendendo in considerazione ogni modello familiare, qualunque esso sia, purché in grado di costituire concretamente  un luogo di sviluppo e promozione della personalità del minore, il cui interesse deve sempre prevalere.

E’ appena il caso di aggiungere come la linearità delle ragioni e l’equilibrio  della decisione hanno fatto sì che la Procura, che pure aveva espresso parere contrario, non abbia impugnato la decisione, consentendone così il passaggio in giudicato.

Il caso deciso dal Tribunale per i minorenni

La vicenda riguarda, segnatamente, una coppia omosessuale, che dopo sette anni di convivenza, aveva contratto matrimonio in Canada, e successivamente aveva maturato un progetto di genitorialità. Per questo i partner si erano recati nuovamente in Canada per realizzare tale desiderio di genitorialità con maternità surrogata a seguito di fecondazione in vitro.

Il Canada, infatti, è un  paese che  garantisce i diritti delle coppie omosessuali e soprattutto proibisce la maternità surrogata con finalità commerciali, ammettendo solo quella su base volontaria. In questo paese è possibile utilizzare l’utero di una donna per la gestazione, una volta che l’ovulo è stato fecondato in vitro con lo sperma di uno dei partner, senza corrispondere alcuna somma di denaro alla gestante (che può goduto del solo periodo di assenza dal lavoro e dedicarsi alla propria famiglia), individuata secondo i parametri standard  della preposta agenzia.

Alla nascita il neonato era divenuto a tutti gli effetti il figlio della coppia, secondo la legge canadese. Il bambino unitamente al genitore e al suo partner  era rimasto dapprima in Canada, poi in Italia, dove veniva cresciuto dalla copia omogenitoriale con il supporto delle rispettive famiglie di origine.

In Italia, il coniuge (per la legge canadese) del genitore biologico ha chiesto di poter adottare il figlio del partner nelle forme dell’adozione in casi particolari, ai sensi dell’art. 44, lett. d) della legge 184/1983.

L’adozione in casi particolari

Si tratta di un tipo di adozione che mira a realizzare l’interesse del minore ad una famiglia in quattro specifiche ipotesi, in cui il legislatore ha voluto facilitare il procedimento di adozione, per un verso ampliando il novero dei soggetti legittimati a divenire genitori adottivi e, per altro verso, richiedendo presupposti meno rigorosi.

L’art. 44 della legge 184/1983 prevede che l’adozione in casi particolare può essere pronunziata:

  1. nei confronti di persone unite al minore, mancando di madre e di padre, da parentela entro il 6° grado o da rapporto stabile e duraturo precedente alla perdita dei genitori;
  2. nei confronti del coniuge del genitore (anche adottivo) del minore;
  3. per il minore portatore di handicap orfano di madre e di padre, anche se non ricorrono le ipotesi indicate sotto la lettera a);
  4. quando vi sia impossibilità di procedere all’affidamento preadottivo (tale espressione è intesa dalla giurisprudenza anche come impossibilità giuridica di far luogo a tale affidamento, dovuta alla impossibilità di una dichiarazione di adottabilità per inesistenza di una situazione di abbandono).

Per quanto qui interessa, a differenza dell’adozione ordinaria o “piena” l’adozione in casi particolari è costituita dal fatto che i legami del minore con la famiglia di origine permangono e gli adottanti non acquistano alcun diritto su beni del minore adottato, mentre quest’ultimo, equiparato ai figli legittimi, concorre come ogni altro figlio nella divisione dell’eredità dei beni degli adottanti. Inoltre l’adozione può essere revocata ed è necessario l’assenso dei genitori dell’adottando, qualora siano in grado di portelo esprimere. Nei casi a), c) e d) l’adozione è consentita, oltre che ai coniugi, anche a chi non è coniugato. Infine fra adottante ed adottato deve intercorre una differenza di  età di almeno 18 anni, eccezion fatta per le ipotesi delle lettere b) e c).

La decisione del Tribunale per i Minorenni

Facendo seguito ad altre sentenze sul punto, il Tribunale ha ritenuto che l’adozione andava disposta nei confronti del partner del padre a tutela del prioritario interesse del minore, “nato e cresciuto con il ricorrente ed il suo compagno, suo padre biologico, istaurando con loro un legame inscindibile che, a prescindere da qualsiasi classificazione giuridica, nulla ha di diverso rispetto a un vero e proprio vincolo genitoriale. Negare a questo bambino i diritti e di vantaggi  che derivano da questo rapporto costituirebbe certamente una scelta non corrispondente all’interesse del minore, che dovrebbe vivere una doppia rappresentazione di sé, una giuridica ed una sociale, motivo di sicuro pregiudizio per la sua identità. Proprio la tutela dell’interesse del minore, come indicato dalla Carta Costituzionale e dalla Carta Europea del Diritto dell’Uomo, richiede sempre una valutazione del caso concreto, in quanto riconoscere il diritto alla genitorialità della coppia non ha come conseguenza automatica il riconoscimento del diritto ad adottare”. La corte sottolinea inoltre come  “l’adozione impone una indagine accurata, che solo completamente positiva e rassicurante consente la prinunzia della invocata adozione, intesa a tutelare e garantire l’interesse superiore di un determinato minore.

Dalla breve lettura dello stralcio della sentenza riportato, si desume che per disporre l’adozione in casi particolari non è necessario che il minore si trovi in  stato di abbandono (come richiesto per l’adozione ordinaria), essendo richiesto l’accertamento dell’impossibilità di procedere all’affidamento preadottivo e della sussistenza dell’interesse superiore del minore.

Nessun rilevo assume, pertanto, che il richiedente l’adozione non sia coniugato per il nostro ordinamento con il padre biologico del bambino, infatti, come si è detto, l’art. 44 non prevede il vincolo coniugale come presupposto, tanto che la domanda può essere proposta anche  da persona singola, indipendentemente dal suo orientamento sessuale.

Come osservato dal collegio, diversi tribunali hanno ritenuto di applicare l’adozione in casi particolari ai conviventi di fatto, quindi operare una distinzione tra conviventi eterosessuali ed omosessuali è di solare evidenza contrario ai principi costituzionali sia ai principi della Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo (art.8 e 14).

Di tal ché ogni decisione del Tribunale deve essere fondata sull’idoneità dell’adottante, valutata concretamente la capacità di assumere questo ruolo e le responsabilità educative ad esso connesse nell’esclusivo interesse del minore.

Quindi non si tratta di rispondere ad esigenze di una bi-genitorialità non ancora consentita nel nostro ordinamento.  Invero il Giudice non è chiamato ad affiancare una seconda figura genitoriale o di creare un rapporto genitore-figlio, semmai a valutare il legame esistente tra minore e l’adottando,  prendendo atto di una relazione già esistente e consolidata nella vita del minore e valutare per quest’ultimo se la relazione di fatto già esistente debba essere rivestita giuridicamente a tutela, presente e futura, del minore (ossia riconoscere l’esistenza di diritti/doveri di fatto già esistenti ed attuati).

Nella fattispecie concreta, il collegio, dopo aver svolto approfondite indagini mediante i Servizi sociali sul nucleo familiare, sulla relazione di coppia e sulla relazione coppia-bambino, ha ritenuto rispondente all’interesse del minore essere adottato dal ricorrente.

MATERNITA’ SURROGATA

L’utero in affitto nel nostro ordinamento è vietato e costituisce reato.

La scelta di ogni singolo paese può essere condivisa o meno, in considerazione delle difficili questioni etiche che la stessa implica. Però è indubbio che all’esito della gestazione venga alla luce un fanciullo il quale in ogni caso è meritevole di tutela al pari di ogni altro bambino.

E’ indubbia la necessità, come sottolineato a più riprese dai giudici di Strasburgo, di  anteporre ad ogni valutazione circa l’eventuale liceità del ricorso a metodi alternativi di procreazione, praticati all’estero da cittadini di Paesi che non consentono di avvalersi di simili tecniche, la necessità di salvaguardare il primario interesse del minore a definire la propria identità come essere umano, compreso il pri genitori omosessuali.

Detto ciò sarebbe stato opportuno, a parere dello scrivente, che il nostro legislatore, anche eventualmente al fine di limitare o comunque di non incentivare queste peregrinazioni, avesse consentito alle coppie omosessuali l’accesso all’istituto dell’adozione ordinaria. A tal proposito, senza voler aggiungere altro a questa considerazione personale, è opportuno,  richiamare la sentenza della Corte di Cassazione 601/12  che, seppur riferita alle argomentazioni con le quali il padre del bambino si lamentava dell’affidamento esclusivo alla moglie convivente con un’altra donna, consente di affermare che alla base della scelta legislativa, questa volta, “non sono poste certezze scientifiche o dati di esperienza, bensì il mero pregiudizio che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale. In tal modo si da per scontato ciò che invece è tutto da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare per il bambino….

Certamente è preferibile, previa opportuna approfondita verifica delle capacità genitoriali come avviene per qualsiasi altra coppia eterosessuale,  consentire al minore l’accesso a responsabili figure genitoriali anche omosessuali piuttosto che farli crescere in istituti o in qualsiasi altro ambiente non idoneo al loro sano sviluppo psicofisico.