Revisione delle condizioni di divorzio del beneficiario dell’amministrazione di sostegno

Revisione delle condizioni di divorzio del beneficiario dell’amministrazione di sostegno

Nel giudizio di revisione delle condizioni di divorzio del beneficiario dell’amministrazione di sostegno, non si verte in ambito di diritti personalissimi, pertanto l’amministratore di sostegno è legittimato processualmente a resistere alla domanda dell’ex coniuge, anche senza l’autorizzazione del giudice tutelare.

Questo è quanto affermato dalla Corte di Cassazione, Sez. I,  con la sentenza del 06.03.2019.

La vicenda riguarda la revisione delle condizioni di divorzio del beneficiario dell’amministrazione di sostegno. Segnatamente l’ex coniuge con giudizio ex art. 9 legge divorzio chiedeva la revisione dell’assegno divorzile. La domanda veniva respinta dal Tribunale investito della questione. Proposto appello, la Corte territoriale respingeva il reclamo e confermava il decreto del Tribunale.

La Corte di Appello riteneva da un lato, non provato il peggioramento delle condizioni economiche del coniuge tenuto a corrispondere l’assegno divorzile, dall’altro, dimostrato che le condizioni di salute dell’ex coniuge beneficiario della misura di sostegno erano peggiorate.

Avverso il suddetto decreto, l’ex marito proponeva ricorso per cassazione.

La Corte regolatrice ha rigettato il ricorso, confermando che nel giudizio di revisione delle condizioni di divorzio del beneficiario dell’amministrazione di sostegno, quest’ultimo non può stare in giudizio se non rappresentato dall’amministratore di sostegno.

Nel caso di cui si va discorrendo, il ricorrente lamentava un difetto di legittimazione processuale, ravvisando ragioni di nullità delle costituzione in giudizio dell’ex moglie, senza spiegare come il postulato vizio potesse inficiare l’esito del giudizio di revisione delle condizioni di divorzio del beneficiario dell’amministrazione di sostegno.

Invero nel caso di specie l’amministratore di sostegno ha partecipato al giudizio di primo e secondo grado, in rappresentanza dell’amministrata, giusta autorizzazione del giudice tutelare, pure nella qualità  di avvocato  autorizzato a svolgere la funzione di difensore nel giudizio di revisione delle condizioni di divorzio del beneficiario dell’amministratore di sostegno.

Orbene, per gli ermellini il dedotto vizio di legittimazione processuale non sussiste.

Infatti il procedimento che conduce alla nomina dell’amministratore di sostegno è un procedimento che coinvolge la capacità di agire della persona, che può essere  più o meno limitata.  Con il decreto di nomina il Giudice tutelare stabilisce, appunto, se e quali atti non possono essere compiuti dal beneficiario, e quindi quali atti l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del’amministrato.

Evidentemente, si tratta di un istituto molto malleabile, che il giudice tutelare può calibrare nell’interesse dell’amministrato.

In ogni caso la rappresentanza conferita nel campo sostanziale all’amministratore di sostegno è destinata ad incidere sulla capacità processale del beneficiario, nel senso che l’amministratore di sostegno ha anche, in virtù dell’art. 75 c.p.c., il potere processuale funzionale alla tutela di quelle situazioni sostanziali per le quali gli è stato conferito il potere rappresentativo.

Questo sta a significare che per gli atti che l’amministratore di sostegno è autorizzato a compiere in nome e per conto dell’amministrato quest’ultimo non può stare in giudizio se non rappresentato dall’amministratore.

Poi, se l’incarico di amministratore di sostegno è conferito, come spesso accade, ad un avvocato questi  potrà essere autorizzato a stare in giudizio personalmente ai sensi dell’art. 86 c.p.c.

La suprema Corte, nell’ambito così delineato, ha precisato che nella fattispecie sottoposta al suo esame non si verteva in tema di diritti personalissimi, dato che il giudizio ha avuto ad oggetto la revisione delle condizioni di divorzio del beneficiario dell’amministrazione di sostegno, e non la sua separazione o il suo divorzio.

Pertanto se, da un lato, ai sensi dell’art. 411 c.c. all’amministratore di sostegno si applicano, purché compatibili, le disposizioni di cui all’art. 374 n. 5  c.c. , la quale prevede che il tutore può promuovere i giudizi solo previa autorizzazione del giudice tutelarle, dall’altro, è facile desumere dalla medesima disposizione che tale regola è destinata a non operare laddove si tratti di resistere all’altrui iniziativa giudiziaria, in vista della conservazione dell’interesse del rappresentato.

Di talché, secondo la Corte,  nel giudizio di revisione delle condizioni di divorzio del beneficiario dell’amministrazione di sostegno non si verte in ambito di diritti personalissimi, e,  pertanto, l’amministratore di sostegno è legittimato processualmente a resistere alla domanda dell’ex coniuge, anche senza l’autorizzazione del giudice tutelare (che peraltro nel giudizio in questione è stata richiesta e rilasciata).