Restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca

Restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca

Il diritto alla restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca segue un diverso regime di prescrizione a seconda se si tratti di rimesse solutorie o ripristinatorie. In particolare, in materia di contratto di conto corrente, la decorrenza della prescrizione delle rimesse solutorie, operate cioè su di un conto passivo, quando non sia stata concessa al cliente un’apertura di credito, oppure su un conto scoperto, essendo i versamenti destinati a coprire quella parte del passivo eccedente il limite dell’accreditamento, matura sempre dalla data del pagamento. Per i versamenti ripristinatori, ampliando la facoltà dell’indebitamento del correntista, la prescrizione matura dopo la chiusura del conto, quando la banca ha percepito dal correntista il saldo finale, in cui siano ricompresi gli interessi non dovuti.

Questo in sintesi il nuovo principio affermato dalla Corte di Cassazione, Sez.I, sentenza n. 29411 del 23.12.2020.

Si tratta di un principio molto importante che certamente interesserà molti correntisti che solo a distanza di anni – una volta venuto meno il rapporto di fiducia con il proprio istituto bancario – si sono accorti che alcune somme, anche ingenti, percepite dalla propria banca non erano dovute.

La vicenda giudiziaria

Una società di costruzioni citava in giudizio la propria banca per ottenere la restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca per interessi determinati con riferimento agli usi della piazza e per la capitalizzazione trimestrale dei medesimi. Il tribunale, all’esito dell’istruttoria, condannava l’istituto di credito al pagamento di una ingente somma vicina ai centomila euro.

Proposto appello, la Corte distrettuale respingeva il gravame, in quanto il diritto alla restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca non era prescritto, poiché non era ancora decorso il termine decennale dalla definitiva chiusura del conto corrente, di conseguenza riformava la sentenza rideterminando la misura della somma che la banca avrebbe dovuto restituire al correntista.

Per la corte distrettuale, per quanto qui interessa, le somme indebitamente corrisposte dalla società correntista non potevano considerarsi neppure irripetibili, in quanto non costituivano oggetto di obbligazione naturale (ossia di un obbligo non vincolante, ma solo sociale e morale – come se fosse un debito di gioco).

Contro la sentenza di secondo grado veniva proposto ricorso per cassazione, sia da parte del correntista che della banca.

Ricorso per cassazione

La Suprema Corte ha riformato la sentenza ritenendo che il diritto alla restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca, quando ha ad oggetto rimesse solutorie, non si prescrive in dieci anni decorrenti dalla chiusura del conto, bensì in dieci anni decorrenti dalla data di ciascun pagamento.

Secondo la corte di vertice l’enunciato della Corte distrettuale secondo cui la prescrizione del diritto alla ripetizione decorrerebbe dalla chiusura del conto non è corretto. Il richiamo, a sostegno della tesi testé richiamata. alla sentenza della Corte Costituzionale n. 78 del 2012 risulta non pertinente.

Distinzione tra rimesse solutorie e quelle ripristinatorie

Viceversa ciò che ha assunto valore risolutivo ai fini della prescrizione del diritto alla restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca, nell’ambito della giurisprudenza delle Sezioni Unite, la distinzione tra rimesse solutorie da quelle ripristinatorie della provvista.

In generale si parla di rimessa solutoria, tutti quei versamenti che consentono al cliente, a cui la banca ha concesso un fido, di rientrare nel massimale del fido previsto.

Orbene fatta questa necessaria premessa concettuale, le Sezioni Unite della Corte di vertice hanno affermato che l’azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente della banca il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturi con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi sono stati registrati.

Diritto alla restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca

Questo perché il pagamento che può dar luogo al diritto alla restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca è esclusivamente quello che ha prodotto un effettivo spostamento patrimoniale di colui che lo riceve.

Quindi in pratica, se il correntista, nel corso del rapporto, abbia effettuato prelevamenti ma anche versamenti, questi ultimi potranno essere considerati pagamenti, che come tali possono formare oggetto di ripetizione (sempre che risultino non dovuti), purché essi abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca.

Questo accadrà ove si tratti di versamenti eseguiti su un conto corrente in passivo cui non accede alcuna apertura di credito in favore del correntista, ovvero quando i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’affidamento. Ciò non avverrà in tutti quei casi nei quali i versamenti vengono effettuati, in un conto dove non è stato superato il limite del fido concesso, unicamente per ripristinare la provvista di cui il correntista può continuare ad usufruire.

Pertanto, in tema di decorso del termine di prescrizione del diritto alla restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca, è determinante la distinzione tra rimesse solutorie e rimesse ripristinatori della provvista. Invero per le prime la prescrizione del diritto alla restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca decorre dal momento in cui essa hanno avuto luogo, mentre per i versamenti ripristinatori la prescrizione decorre dal momento in cui la banca percepisce il saldo finale del conto corrente, in cui sono ricompresi gli interessi non dovuti.

Conseguenze dell’eccezione di prescrizione

Alla luce di quanto precede la Corte di Appello, una volta sollevata l’eccezione di prescrizione da parte della banca, avrebbe dovuto verificare se e quando fosse stato concluso un contratto di apertura di credito e se e in che misura alle rimesse della società correntista eseguite più di dieci anni precedenti all’atto interruttivo della prescrizione potesse attribuirsi natura solutoria. Con la conseguenza che una volta identificate queste ultime rimesse, la corte territoriale avrebbe dovuto dichiararle prescritte.

Onere di allegazione della banca

D’altro canto alla banca convenuta in giudizio, che voglia eccepire la prescrizione del correntista che abbia esercitato l’azione di restituzione delle somme indebitamente percepite dalla banca nel corso del rapporto di conto corrente, caratterizzato da una apertura di credito, è sufficiente affermare l’inerzia del titolare del correntista e la dichiarazione di volerne profittare.

Conclusioni

In materia di contratto di conto corrente, la decorrenza della prescrizione delle rimesse solutorie, operate cioè su di un conto in passivo, quando non sia stata concessa al cliente un’apertura di credito, oppure su di un conto scoperto, essendo i versamenti destinati a coprire quella parte del passivo eccedente il limite dell’accreditamento, matura sempre alla data del pagamento.

Vedi anche “L’usura sopravvenuto è inesistente”