Impugnazione del riconoscimento

Impugnazione del riconoscimento

L’ impugnazione del riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio è ammessa per una delle seguenti cause: a) per difetto di veridicità; b) per incapacità dell’autore; c) per violenza.

Impugnazione del riconsocimento quale azione demolitrice dello status

Si tratta di un’azione demolitrice dello status, al pari di quella di disconoscimento della paternità del figlio nato in costanza di matrimonio.

Impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità

L’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità, di cui all’art. 263 c.c., è finalizzato alla dimostrazione  che colui che ha effettuato il riconoscimento non è autore del concepimento, di conseguenza che non vi è alcun rapporto di discendenza tra chi ha effettuato il riconoscimento ed il figlio. In tal caso il riconoscimento può essere derivato da un erroneo convincimento o derivato da un preciso disegno del dichiarante (il quale si espone anche alla responsabilità penale ex art. 495 c.p.).

Nella prassi si ricorre a falsi riconoscimenti per aggirare le regole dell’adozione. Per evitare tale pratica l’ufficiale di stato civile deve trasmettere al tribunale per i minorenni comunicazione dell’avvenuto riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio proveniente da persona coniugata, ma non dall’altro genitore.

 I valore della verità prevale, per un tempo limitato, sull’interesse del minore a mantenere le relazioni familiari instaurate in seguito al falso riconoscimento. Decorso tale periodo di tempo, solo il figlio può decidere di impugnare il riconoscimento non veritiero, così come previsto per l’azione di disconoscimento.

L’azione di impugnazione del riconoscimento può essere attivata anche nell’ipotesi di riconoscimento di un figlio incestuoso in assenza della dovuta autorizzazione del giudice ovvero qualora il riconoscimento stesso è carente dei requisiti richiesti dalla legge (consenso del figlio che abbia compiuto i quattordici anni, ovvero, per i figli infraquattordicenni, il consenso dell’altro genitore oppure dell’autorità giudiziale), nonché nell’ipotesi in cui la madre abbia riconosciuto il proprio figlio dichiarando falsamente che non è stato concepito dal marito.

Impugnazione del riconoscimento per violenza

L’art. 265 c.c. prevede che il riconoscimento possa essere impugnato dall’autore per violenza. La norma nulla dice sulla violenza, pertanto appare opportuno far riferimento alla disciplina generale della violenza quale causa di annullamento  del contratto, di cui agli artt. 1434 ss. c.c.. Naturalmente il legislatore ha voluto tutelare la discrezionalità del riconoscimento e non la negozialità dell’atto.

L’impugnazione del riconoscimento per violenza presuppone la coartazione della volontà di chi si  dichiarato padre del bambino. Non ogni forma di violenza è giuridicamente rilevante, ma solo quella che possa far impressione ad un persona sensata al punto tale di fargli temere di esporre sé o i suoi beni ad un male ingiusto e notevole. La violenza  può essere posta a fondamento dell’impugnazione del riconoscimento anche quando viene minacciato un terzo o i suoi beni, purché legato alla vittima da rapporto di parentela, di coniugio o da altri rapporti. In entrambi i casi il giudice, nel valutare il caso concreto, deve utilizzare criteri relativistici, avuto all’età, al sesso e alle condizioni della persona.

Irrilevante è tanto il dolo quanto l’errore. Pertanto l’azione di impugnazione del riconoscimento può essere esercitata anche se il riconosciuto è effettivamente figlio del dichiarante. L’azione di impugnazione del riconoscimento per violenza  è assoggettata al termine decadenziale di un anno dal giorno in cui è cessata la violenza.

Nella pratica i casi di impugnazione del riconoscimento per violenza sono sconosciuti.

Impugnazione del riconoscimento per incapacità.

L’azione di impugnazione del riconoscimento per incapacità può essere esercitata nel caso in cui l’autore del riconoscimento sia un interdetto giudiziale o un minore di anni 16 che non sia stato autorizzato dal giudice al riconoscimento. Irrilevante è, invece, l’incapacità naturale.

Qualora il riconoscimento proviene da un soggetto minorenne la soluzione non è pacifica, a causa della mancanza di una norma che ne detti la disciplina: una parte della dottrina ritiene che è necessario agire con mediante impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità e, un’altra parte, che ritiene utilizzabile il procedimento di rettificazione dell’atto di nascita.

La migliore lettura sembra essere quella che riconduce il vizio a quello che inficia la dichiarazione dell’interdetto ossia la carenza di capacità di agire del genitore, che fa protendere per l’annullabilità dell’atto e non per la sua nullità.

Resta inteso che, in questi casi, l’ufficiale dello stato civile deve rifiutare di accogliere il riconoscimento, in quanto invalido.

Nel caso di riconoscimento da parte dell’interdetto  questo potrà essere impugnato dal tutore, ovvero dall’autore dell’atto entro un anno dalla revoca dell’interdizione.

Legittimazione attiva

L’art. 263 c.c. attribuisce la legittimazione attiva all’autore del riconoscimento, a colui che è stato riconosciuto e a tutti coloro che vi  abbiano interesse. Questo differenzia l’impugnazione del riconoscimento dall’azione di disconoscimento della paternità che vede tra i soggetti attivi solo il padre, la madre e il figlio.

L’interesse dei terzi possono essere  patrimoniali o morali. Non è legittimato attivamente il pubblico ministero, sulla base del presupposto che l’interesse giuridicamente rilevante sarebbe solo di tipo privatistico.

L’azione di impugnazione del riconoscimento è imprescrittibile per il figlio, mentre per gli altri soggetti è soggetta a termini da considerarsi decadenziali.

L’azione deve essere proposta, di regola,  dall’autore del riconoscimento entro un anno, che decorre entro un anno dall’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita.

Impotenza

In caso di impotenza di chi ha effettuato il riconoscimento, l’art. 263, III comma, c.c. prevede che il termine annuale decorre dal momento in cui l’autore del riconoscimento abbia avuto contezza della propria impotenza generandi al tempo del riconoscimento. Nello stesso termine la madre, che abbia effettuato il riconoscimento, è ammessa ad impugnare il riconoscimento paterno deducendo di aver ignorato la patologia.

Convizione di essere il genitore del figlio

Nell’ipotesi più comune di impugnazione del riconoscimento, ossia quella effettuata dal padre nella convinzione  di essere il genitore del figlio, l’azione dovrebbe essere assoggettata ad alcun termine annuale (neppure dall’intervenuta conoscenza dell’infedeltà della compagna, al momento del concepimento) anche se non potrebbe essere proposta  oltre ai cinque anni dall’annotazione del riconoscimento.

Il medesimo termine prescrizionale di cinque anni dall’annotazione del riconoscimento è stato esteso all’azione esercitata dai portatori di un particolare interesse.

Sospensione del termine per impugnare

In caso di incapacità trova applicazione l’istituto della sospensione del termine, con possibilità che la relativa azione venga esercitata dal tutore ovvero dal curatore speciale. Naturalmente, la sospensione deve ritenersi applicabile anche con riferimento all’autore del riconoscimento.

In ogni caso si ripropone la questione se la sospensione concerne solo il termine annuale o anche quello quinquennale, con la conseguenza, che ove operasse per il solo termine annuale, l’azione di impugnazione del riconoscimento non sarebbe più proponibile decorsi i cinque anni dal giorno della nascita. Questo per il principio dell’intangibilità dello status di figlio.

La posizione del minore

L’azione di impugnazione di riconoscimento può essere proposta, per conto del minore da un curatore speciale, nominato dal giudice su istanza del figlio ultraquattordicenne.

Se il figlio ha un’età inferiore ai quattordici anni, la domanda potrebbe essere proposta dal Pubblico ministero, ovvero dall’altro genitore che abbia effettuato il riconoscimento, con esclusione del genitore biologico.

Il figlio maggiorenne incapace

Per il figlio maggiorenne incapace il giudice, su istanza del pubblico ministero, dell’altro genitore o del tutore, il potere di nominare un curatore speciale. Tra i legittimati all’istanza non rientra l’amministratore di sostegno, né il curatore, i quali dovranno rivolgere una eventuale richiesta al pubblico ministero.

Decesso del legittimato

In caso di morte dell’autore del riconoscimento senza aver promosso l’azione in pendenza del termine, l’azione può essere esercitata dai discendenti o ascendenti, entro un anno dalla morte dell’autore o dalla nascita del figlio, se si tratta di figlio postumo, o dal raggiungimento della maggiore età da parte di ciascuno dei discendenti.

Se il figlio riconosciuto è deceduto senza aver proposto l’azione, possono proporre l’impugnazione del riconoscimento in sua vece il coniuge o i discendenti nel termine di un anno decorrente dalla morte del figlio o dal raggiungimento della maggiore età da parte di ciascuno dei discendenti. In ogni caso, la morte dell’autore del riconoscimento o del figlio non impedisce l’esercizio dell’azione da parte dei terzi aventi interesse.

Prova

Secondo la giurisprudenza in caso di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità occorre dare la dimostrazione dell’assoluta impossibilità che l’autore del riconoscimento sia il padre biologico.

Nessun problema di pone laddove si dia corso all’esame del DNA, che fornisce risultanti incontrovertibili. Qualche problema si pone allorquando il convenuto si rifiutasse di sottoporsi a quell’esame, dato che la giurisprudenza, soprattutto se l’azione risulti proposta da terzi, dimostra una certa elasticità nel ritenere giustificato il rifiuto, con limitata applicabilità dell’art.  116 c.p.c. Invero in tal caso ove fosse richiesta la prova nei termini sopra indicati, senza possibilità di far ricorso a qualsivoglia mezzo di prova, ivi compresa quella presuntiva, significherebbe vanificare o comunque ostacolare l’esperibilità dell’azione di impugnazione del riconoscimento.

In ogni caso non è ammessa la confessione, discutendosi di un diritto indisponibile.