Criteri  per il riconoscimento dell’assegno di divorzio

Criteri per il riconoscimento dell’assegno di divorzio

I criteri per il riconoscimento dell’assegno di divorzio sono stati nuovamente indicati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con sentenza n. 1287 dell’11 luglio 2018, che hanno escluso che l’unico criterio da seguire per il riconoscimento dell’assegno di divorzio è quello della astratta autosufficienza economica di ciascun coniuge, dovendosi tener conto di tutti i criteri di cui alla prima parte dell’art. 5, comma 6, della legge sul divorzio.

Le Sezioni Unite, hanno fatto chiarezza  sul tema, in particolare statuendo che:

  1. l’assegno di divorzio accanto ad una funzione assistenziale ha una funzione compensativa e perequava;
  2. quest’ultima funzione discende direttamente dalla declinazione del principio Costituzionale di solidarietà (art. 2 e 23);
  3. i criteri per il riconoscimento dell’assegno di divorzio vanno identificati, in un contesto di valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico patrimoniali: nel contributo dato dall’ex coniuge richiedente l’assegno alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale dell’altro coniuge, anche sacrificando eventualmente le proprie aspettative economiche e professionali, nella durata del matrimonio e nell’età del richiedente;
  4. il giudice deve accertare se lo squilibrio economico patrimoniale conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull’assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all’interno del nucleo familiare, sulla base di scelte condivise, in costanza di matrimonio, dai coniugi;

La vicenda trae origine da una separazione all’esito della quale il Tribunale dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio, con condanna dell’ex marito al pagamento di € 4000,00 mensili a titolo di assegno di divorzio.

La sentenza di prime cure veniva appellata e la Corte di Appello, in riforma della prima, negava il diritto dell’ex moglie di riceve l’assegno divorzile,  ordinando la restituzione delle somme fino a quel momento versate dall’ex marito. La Corte nel riformare la sentenza di primo grado aveva aderito all’indirizzo giurisprudenziale (Cfr. Cass. 11504/2017) per il quale l’assegno di divorzio va riconosciuto solo nel caso in cui il richiedente sia concretamente privo di autosufficienza economica. Nel caso specifico, escludeva siffatto diritto, in virtù della titolarità da parte della richiedente l’assegno di uno stipendio al di sopra della norma nonché di un patrimonio mobiliare e immobiliare molto rilevante. La corte territoriale escludeva, pertanto, di poter riconoscere il diritto all’assegno di divorzio sulla base del superato orientamento fondato sul tenore di vita goduto dal richiedente nel corso dell’unione matrimoniale.

Avverso quest’ultima sentenza veniva proposto ricorso per cassazione.

La ricorrente denunciava che il criterio dell’indipendenza o autosufficienza economica, da un lato, non trovava alcun riscontro nel testo dell’art. 5, comma 6, della legge divorzio che detta i  criteri  per il riconoscimento  dell’assegno di divorzio, dall’altro,  produce gravi ingiustizie sostanziali, in particolare con riferimento ai matrimoni di lunga durata ove il coniuge più debole, che abbia rinunciato alle proprie aspettative professionali per assolvere agli impegni familiari, improvvisamente si vede catapultato in una realtà diversa  venendo costretto a mutare radicalmente le proprie abitudini di vita.

Alla luce del contrasto in materia di individuazione dei criteri per il riconoscimento dell’assegno di divorzio  formatosi nella giurisprudenza della  Cassazione, la questione veniva rimessa alle Sezioni Unite. Queste ultime dopo un esame dell’evoluzione legislativa relativa ai criteri  per il riconoscimento  dell’assegno di divorzio procedeva all’esame comparativo dei due orientamenti contrapporti, ovverosia: l’orientamento fissato dalla sentenza n. 11490/1990, fondato sul parametro del tenore di vita goduto o fruibile potenzialmente nel corso dell’unione coniugale e quello affermato dalla sentenza n. 11504 del 2017 che pone come fulcro dell’attribuzione  dell’assegno di divorzio la mancanza di autosufficienza od autonomia economica dell’ex coniuge.

Per quanto interessa in questa sede, al fine di individuare un percorso interpretativo idoneo, sia a sorreggere l’esigenza equilibratrice sottesa nella sentenza  delle Sezioni Unite del 1990,  sia in grado di rispondere alla necessità di  attualizzare il diritto al riconoscimento dell’assegno di divorzio anche in relazione ai modelli europei, la Suprema Corte ha ritenuto di dover abbandonare la rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell’assegno di divorzio, alla luce di una interpretazione dell’art. 5, comma 6, legge divorzio, più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito, indubbiamente, dagli artt. 2, 3 e 29 cost.

Invero la Corte, alla luce   della sentenza n. 11/2015 della Corte Costituzionale che aveva ritenuto   costituzionalmente legittimo il criterio attributivo dell’assegno di divorzio fondato sul tenore di vita goduto durante il matrimonio, ha inquadrato l’interpretazione del citato art. 5, comma 6, nell’ambito dell’art. 29 Cost. Per i supremi giudici il richiamo diretto al modello costituzionale del matrimonio, basato sui principi di uguaglianza, pari dignità dei coniugi, libertà di scelta, reversibilità della decisione ed autoresponsabilità sono stati tenuti in primaria considerazione dal legislatore in sede di definizione degli effetti economico patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio.

Da questa prospettiva, le Sezioni Unite hanno ritenuto che i due opposti orientamenti hanno rilegato ad una funzione residuale tutte le caratteristiche dell’assegno di divorzio fondate sui principi di libertà, autoresponsabilità e pari dignità desumibili dai parametri costituzionali richiamati e declinati nell’art. 143 c.c., imponendo una diversa esegesi dell’art. 5, comma 6, della legge divorzio.

Secondo i supremi giudici la base costituzionale dei criteri per il riconoscimento dell’assegno di divorzio, indicati nell’incipit della norma, impone una valutazione concreta ed effettiva della sufficienza dei mezzi e dell’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti, che il giudice può accertare anche d’ufficio. Questo è un controllo che il giudice deve connettere casualmente alla valutazione degli altri criteri per il riconoscimento dell’assegno di divorzio, contenuti nella prima parte della citata norma, al fine di accertare se l’eventuale rilevante diversità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo matrimoniale sia dipendente da scelte di gestione della vita familiare adottate e condivise in costanza dell’unione, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di uno dei coniugi in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di fondamentale importanza nella valutazione del contributo dato da ciascuno dei coniugi alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell’altro coniuge, oltre che dall’effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione dell’unione coniugale, anche in relazione dell’età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro.

In altre parole il principio solidaristico, posto alla base del riconoscimento del diritto all’assegno divorzile, impone che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi e all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive sia stabilmente ancorato alle peculiarità ed alla suddivisione dei ruoli endofamiliari.

In questo ottica l’accertamento condotto dal giudice non è conseguenza di una inesistente ultrattività del vincolo matrimoniale, definitivamente sciolto con la conseguente   irreversibile modificazione  dello status personale di ciascun ex coniuge, ma è fondato sul citato art. 5, comma 6,  che conferisce rilievo alle scelte ed ai ruoli  sulla base dei quali era stata impostata l’unione matrimoniale e la vita familiare.

Di talché  il giudizio di adeguatezza prescrive una valutazione composita e comparativa che deve essere condotta sulla base criteri per l’assegnazione dell’assegno di divorzio previsti dall’incipit dell’art. 5, comma 6, legge divorzio.

Questo significa che la corte con la sua innovativa interpretazione  abolisce quella inflessibile distinzione tra criterio attributivo e criteri determinativi dell’assegno di divorzio, obbligando il giudice a sottoporre ad un attento  apprezzamento paritario tutti i criteri per il riconoscimento dell’assegno di divorzio elencati nell’art. 5, comma 6.

Questa valutazione concomitante di tutti i criteri per il riconoscimento dell’assegno di divorzio consente, senza rendere ininfluente la comparazione della situazione economico-patrimoniale delle parti, di esclude il rischio di un ingiustificato arricchimento che potrebbe derivare dalla adozione di tale valutazione comparativa in via prevalente ed esclusiva, ed in pari tempo assicura tutela in chiave perequativa al coniuge che si trova in una condizione di sensibile disparità  economico-patrimoniali rispetto all’altro, in conseguenza di un dislivello reddituale derivante dalle scelte concordate  in ordine al ruolo assunto da ciascuno nella gestione  del nucleo familiare.