Restituzione del matenimento del figlio maggiorenne

Restituzione del mantenimento del figlio maggiorenne

La domanda di restituzione del mantenimento del figlio maggiorenne è ammissibile qualora il coniuge obbligato abbia continuato a versare somme a tale titolo anche dopo il raggiungimento dell’autosufficienza economica da parte del figlio. Segnatamente l’irripetibilità delle somme versate dal coniuge obbligato sussiste solo laddove gli importi riscossi vengano utilizzati concretamente per soddisfare una funzione alimentare.

Questo in sintesi è quanto è stato affermato dalla Corte di Cassazione, Sez. I, con l’ordinanza n. 3659 del 13 febbraio 2020.

La vicenda

In sede divorzile due coniugi stabilivano a carico dell’uomo l’obbligo di versamento del mantenimento per le loro due figlie, fino al conseguimento della laurea.

Intervenuta la laurea delle due nonché il loro matrimonio, l’uomo cessava di corrispondere l’assegno dovuto in forza della sentenza di divorzio.

A distanza di qualche anno l’ex coniuge notificava all’obbligato atto di precetto con il quale chiedeva il pagamento di quanto non versato per l’ultimo quinquennio, ossia nei limiti del termine di prescrizione dei singoli ratei degli assegni.

Il padre ricevuta la notifica dell’atto provvedeva al pagamento delle somme precettate e, successivamente, agiva in giudizio per ottenere la restituzione di quanto pagato, nonostante non vi fosse tenuto, ed in subordine la condanna della donna al risarcimento del danno patrimoniale subito.

Decisione di primo grado

Il Tribunale adito respingeva la domanda di restituzione del mantenimento del figlio maggiorenne corrisposto e accoglieva la domanda di risarcimento del danno patrimoniale.

La sentenza veniva impugnata dall’uomo in via principale e dalla donna in via incidentale.

Decisione del giudice di seconde cure

La corte territoriale rigettava la richiesta dell’uomo volta ad ottenere la restituzione del mantenimento del figlio maggiorenne e accoglieva la richiesta della donna diretta ad annullare la condanna al risarcimento del danno.

Il giudice di seconde cure ha ritenuto infondata la domanda restitutoria dell’uomo, in quando il suo obbligo era venuto meno solo a seguito del provvedimento del tribunale del 2007 che ne aveva sancito la cessazione a decorrere dal 2006, giorno della proposizione della domanda.

Inoltre la Corte di Appello aveva rigettato la domanda risarcitoria escludendo che la condotta della moglie avesse integrato gli estremi dell’appropriazione indebita, poiché, da un lato, la donna aveva percepito le somme in forza di un provvedimento giudiziario, dall’altro, poiché l’asserito danno era riconducibile all’inerme condotta dell’uomo, che solo nell’ottobre 2006 si era attivato per la modifica delle condizioni patrimoniali stabilite in sede di divorzio.

Segnatamente la Corte d’Appello riteneva che l’azione di ripetizione per essere fondata presuppone l’inesistenza originaria della causa giustificativa del pagamento o del suo venir meno con effetto retroattivo dell’obbligo di pagamento. Ciò che nel caso di cui si va discorrendo non era avvenuto, in quanto il vincolo obbligatorio si fondava su un titolo giudiziario e il relativo obbligo era venuto meno solo nel 2006, appunto, come si è detto, a seguito della modifica delle condizioni patrimoniali stabilite in sede di divorzio.

Ricorso per cassazione

Avverso la sentenza l’ex coniuge proponeva ricorso per cassazione.

La difesa dell’uomo sosteneva che la corte territoriale aveva errato nel escludere il carattere indebito del pagamento del contributo di mantenimento per le figlie, in quanto l’obbligo era cessato quanto meno dal 1994 e 1998 in virtù del conseguimento del diploma di laurea e del successivo matrimonio.

La Suprema Corte ha accolto il gravame ritenendo del tutto possibile l’esercizio dell’azione di restituzione del mantenimento del figlio maggiorenne.

Secondo gli ermellini se pur vero che l’obbligo vien meno con la pronuncia di un provvedimento ad hoc dal giudice, l’interpretazione fornita dal secondo giudice non poteva essere condivisa.

E’ indubbio che nel caso de quo le due figlie avessero raggiunto la loro indipendenza economica. A tal proposito, senza dover e poter disquisire a lungo sulla circostanza, è sufficiente richiamare il principio giurisprudenziale in base al quale l’assegno di mantenimento del figlio maggiorenne è, evidentemente, incompatibile con il matrimonio del figlio così come con la convivenza, in quanto sono espressione di una raggiunta maturità affettiva, personale ed economica. Difatti la prole non può pretendere che i genitori si facciano carico del nuovo nucleo familiare.

Nella questione sottoposta all’esame della Corte era incontestato tra le parti che le figli si erano sposate rispettivamente nel 1994 e nel 1998, con ogni conseguenza in punto di raggiunta indipendenza economica.

Matrimonio è espressione dell’indipendenza economica

E’ di solare evidenza che trattasi di un fatto di primaria importanza che ha comprovato per tabulas il venir meno dell’obbligo del padre di provvedere al loro mantenimento e del diritto della madre di percepire l’assegno di mantenimento delle stesse, ormai adulte e autosufficienti.

Fissazione volontaria di un termine

A corroborare quanto ritenuto dalla giurisprudenza di vertice deve, altresì, considerarsi il fatto che entrambe le figlie, prima ancora del loro matrimonio, avevano conseguito la laurea che costituiva la condizione risolutiva dell’obbligo del padre di corrispondere l’assegno di mantenimento. Questo sulla base dell’accordo di divorzio, poi trasfuso nella relativa sentenza.

Valore negoziale dell’accordo di divorzio

Sotto questo aspetto, va rammentato come che l’accordo dei coniugi circa la prole e i rapporti economici ha natura negoziale, e sono sottoposti al solo contro del giudice volto a vetrificare se essi integrano o meno disposizioni inderogabili, e quindi come ogni altro accordo esso vincola le parti.

Sull’ammissibilità della restituzione del mantenimento del figlio maggiorenne

Secondo i supremi giudici, il fatto che il padre si sia attivato in modo tardivo per ottenere una pronuncia giudiziale per fare accertare il raggiungimento dell’indipendenza economica delle figlie e quindi per far dichiarare che lo stesso non era più tenuto ad effettuare pagamenti per il futuro, non impedisce la proposizione dell’azione restitutoria delle somme corrisposte indebitamente.

Tant’è che l’azione di indebito arricchimento ex art. 2033 c.c. è un istituto di carattere generale che trova applicazione di inesistenza originaria o sopravvenuta, del titolo di pagamento, qualunque sia la causa.

In ogni caso, ed è bene sottolinearlo, spetta al giudice innanzi al quale è stata avanzata la domanda di restituzione del mantenimento del figlio maggiorenne, valutarne la fondatezza tenendo conto degli eventi sopravvenuti che hanno determinato il venir meno della causa originaria giustificativa dell’obbligo di pagamento.

Conclusioni

Al riguardo la Corte di vertice ha avuto modo di specificare che l’irripetibilità delle somme versate all’ex coniuge dall’altro genitore è giustificato solo laddove quegli importi ricevuti assunto una realmente funzione alimentare. E tale evenienza non ricorre allorquando ne abbia beneficiato il figlio maggiorenne ormai indipendente economicamente in un periodo in cui era noto il rischio restitutorio.

L’ordinanza in commento sembra avere un ampiezza maggiore rispetto alle pronunce intervenute, in passato, in materia.

Infatti, nella giurisprudenza richiamata ad colorandum (salvo voler ritenere che ne abbiano riaffermato i limiti della irripetibilità), gli ermellini si erano già espressi affermando, entro certi limiti, che ogni qualvolta il titolo è venuto meno all’esito di apposito giudizio, la ritenzione delle somme pagate non può ritenersi giustificata in ragione dei principi dettati in tema di irripetibilità, impignorabilità e non compensabilità delle prestazioni alimentari, posto che tali principi non operano indiscriminatamente ed in ragione di una teorica assimilabilità alle prestazioni alimentari dell’assegno di mantenimento per i figli maggiorenni.

Ed ancora, avevano affermato che l’irripetibilità non sussiste nel caso in cui l’accertamento della causa estintiva dell’obbligo di mantenimento di un genitore sia giudizialmente controverso nel procedimento di revisione pendente nei confronti dell’altro genitore abilitato a riscuotere la contribuzione e per il quale tale procedura comporta anche la conoscenza del correlato rischio restitutorio delle somme percepite dalla domanda introduttiva, se accolta.

Ed infine come la stessa non opera in tutti quei casi in cui il minore ovvero il maggiorenne non autosufficiente non rivesta lo status di figlio di entrambe le parti in contesa nel giudizio di separazione, in quanto in tal caso non sussiste alcun dovere di mantenimento.

Vedi anche “Mantenimento del figlio maggiorenne”
Vedi anche “L’obbligo di mateninimento non rivive se il figlio maggiorenne perde il lavoro
Vedi anche “Cessazione dell’obbligo di mantenimento del figlio”