Incapacità a succedere per testamento dell’amministratore di sostegno

Incapacità a succedere per testamento dell’amministratore di sostegno

L’ incapacità a succedere per testamento dell’amministratore di sostegno, oltre il quarto grado di parentela, sussiste solo nel caso di amministrazione sostitutiva o mista e non in quella di pura assistenza. Infatti all’amministratore di sostegno, in linea generale, non è preclusa la capacità di succedere per testamento al proprio “assistito”, potendosi configurare un tale limite soltanto con riguardo ai casi di amministrazione mista o sostitutiva, in coerenza con la normativa prevista in tema di tutela.

Questo è in sintesi quanto affermato dalla Corte di Cassazione, Sez. II, Sentenza n. 6069 del 04.03.2020.

La vicenda

Con atto di citazione i figli del de cuius evocavano in giudizio innanzi il Tribunale il curatore del defunto e la convivente di quest’ultimo chiedendo che fosse dichiarata aperta la successione legittima del padre, previa la dichiarazione di nullità o l’annullamento del testamento olografo redatto dallo stesso, con il quale, inabilitato,  aveva istituito erede il proprio curatore attribuendogli l’intera quota disponibile dell’asse e devoluto alla propria convivente una rendita vitalizia annuale pari alla  metà dei frutti della predetta quota disponibile, e riservato ai figli la sola quota di legittima, al netto delle elargizioni già ricevute da questi ultimi della sua vita, nonché di quanto dai medesimi direttamente trattenuto senza titolo sull’eredità della madre del testatore.

A sostegno della loro domanda, i figli sostenevano che il  padre defunto aveva redatto la scheda testamentaria in condizioni di incapacità naturale o, in alternativa, in quanto determinato da errore, violenza o dolo.  Inoltre ritenevano che il curatore del soggetto inabilitato doveva essere ritenuto incapace di succedere al proprio assistito.

Il Tribunale rigettava la domanda in virtù del mancato raggiungimento della prova, tanto dell’incapacità naturale che del vizio della volontà, escludendo, altresì,  la dedotta incapacità del curatore a succedere al defunto.

Procedimento in appello

Proposto appello la Corte territoriale rigettava il gravame, da un lato, in quanto il testatore non era incapace naturale, sul presupposto che lo stesso Tribunale aveva revocato la precedente interdizione del defunto, dichiarandolo solo inabilitato, data la sua capacità di autodeterminarsi, e, dall’altro, perché secondo CTU il defunto  al momento della redazione della scheda testamentaria era pienamente capace.

E, cosa che qui più interessa, la Corte territoriale riteneva manifestamente infondata l’eccezione di costituzionalità della norma di cui all’art.596 c.c.. Norma questa  che prevede l’incapacità del tutore e protutore di succedere per testamento al proprio assistito.

Ricorso per cassazione

Avverso la sentenza di seconde cure veniva proposto ricorso per cassazione.

I figli criticavano la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt.596, 597 e 598 c.c. in relazione all’art.3 della Costituzione, nella parte in cui dette norme non prevedono l’incapacità a succedere per testamento del curatore dell’inabilitato che, nel periodo della curatela e al tempo della redazione del testamento, abbia assolto la funzione di amministrare e gestire il patrimonio dell’amministrato che non sia parente, anche con riferimento all’art.411 c.c., che secondo i ricorrenti  sancisce  la incapacità a succedere per testamento dell’amministratore di sostegno , oltre il quarto grado di parentela, che abbia amministrato il patrimonio del beneficiato.

La suprema corte ha ribadito che la questione di legittimità costituzionale sollevata è manifestamente infondata.

Rapporto tra istituto di amministratore di sostegno, interdizione e inabilitazione

Per gli ermellini la ricostruzione proposta  non è coerente con il quadro normativo e con i precedenti della propria  giurisprudenza. Infatti quest’ultima  ha espressamente escluso la possibilità di configurare l’istituto dell’amministrazione di sostegno come un quid minus rispetti ai preesistenti istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione. Invero l’amministrazione di sostegno è uno strumento di assistenza delle persone che si trovano nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, il quale mira a  sacrificare nella minor misura possibile la capacità di agire del beneficiario, distinguendosi, con tale specifica funzione, dagli altri istituti a tutela degli incapaci, quali l’interdizione e l’inabilitazione, non soppressi, ma solo modificati dalla stessa legge attraverso la novellazione degli artt.414 e 427 del codice civile.

Rispetto  questi ultimi istituti, l’ambito di applicazione dell’amministrazione di sostegno non va individuato sulla base del diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma piuttosto nella maggiore idoneità di tale strumento ad adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità ed alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa.

Spetta al Giudice Tutelare la valutazione della conformità di tale misura alle segnalate esigenze, tenuto conto essenzialmente del tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario e considerate anche la gravità e la durata della malattia, ovvero la natura e la durata dell’impedimento, nonché tutte le altre circostanze caratterizzanti la fattispecie.

Pertanto anche da un punto di vista logico l’eccezione formulata era prima del suo fondamento.

Tant’è che l’art.411 secondo comma c.c. rinvia agli artt.596, 599 e 779 c.c. “in quanto compatibili”. Si tratta di rinvio a carattere residuale, il quale vale per la sola parte delle disposizioni contenute nei predetti articoli che risulta compatibile con le finalità e le caratteristiche dell’istituto dell’amministrazione di sostegno.

Incapacità a succedere per testamento dell’amministratore di sostegno

Questo esclude che si possa ritenere l’automatica estensione anche all’amministratore di sostegno di tutte le prescrizioni contenute nelle norme oggetto del rinvio, inclusa quella relativa all’ incapacità a succedere per testamento dell’amministratore di sostegno all’assistito.

Semmai, nel valutare se sussiste o meno l’ incapacità a succedere per testamento dell’amministratore di sostegno al beneficiario della misura, si dovrà operare una  distinzione tra le  ipotesi dell’amministrazione di sostegno cd. sostitutiva o mista e quella dell’amministrazione puramente di assistenza.

Nel primo caso l’amministrazione di sostegno presenta caratteristiche affini alla tutela, poiché l’amministrato, pur non essendo tecnicamente incapace di compiere atti giuridici, non è comunque in grado di determinarsi autonomamente in difetto di un intervento, appunto sostitutivo ovvero di ausilio attivo, dell’amministratore.

Nel secondo caso, invece, l’istituto dell’amministrazione di sostegno si avvicina alla curatela, in relazione alla quale l’ordinamento non prevede i divieti di ricevere per testamento e donazione che, al contrario, sono previsti per tutore e protutore dagli artt.596, 599 e 779 c.c.

Amministratore di mera assistenza

Da questo discende che, in assenza di divieto previsto dalla legge, nel caso dell’amministrazione di mera assistenza il beneficiato è pienamente capace di disporre del suo patrimonio, anche per testamento e con disposizione in favore dell’amministratore di sostegno, a prescindere dalla circostanza che tra i due soggetti (amministratore e beneficiato) sussistano vincoli di parentela di qualsiasi genere, o di coniugio, ovvero una stabile condizione di convivenza.

In tale contesto, non rileva il fatto che il terzo comma dell’art.411 c.c. preveda soltanto che “sono in ogni caso valide le disposizioni testamentarie e le convenzioni in favore dell’amministratore di sostegno che sia parente entro il quarto grado del beneficiario, ovvero che ne sia coniuge o persona che sia stata chiamata alla funzione in quanto con lui stabilmente convivente” senza nulla dire circa le disposizioni e le convenzioni eseguite in favore di parenti oltre il quarto grado.

Dalla mancata inclusione di dette disposizioni nella norma in esame, invero, non si può farne discendere la loro automatica invalidità o inefficacia, né l’esistenza di un divieto che, in funzione del contesto generale in cui l’art.411 c.c. è inserito, non è previsto dalla legge.

La Corte ha anche ritenuto infondato l’argomento  secondo cui l’art.411 c.c. prevedrebbe l’ incapacità a succedere per testamento dell’amministratore di sostegno , oltre il quarto grado di parentela, che abbia in concreto amministrato il patrimonio del beneficiato.

Invero la norma,  non prevede affatto tale incapacità a succedere per testamento dell’amministratore di sostegno.

Semmai  è vero che all’amministratore di sostegno, in linea generale, non è preclusa la capacità di succedere per testamento al proprio assistito, potendosi configurare un simile limite soltanto con riguardo ai casi di amministrazione mista o sostitutiva, in coerenza con la normativa prevista in tema di tutela.

Conclusione

Conclusivamente, gli ermellini hanno confermato che non può ravvisarsi un rapporto di inferiorità dell’amministrazione di sostegno rispetto all’inabilitazione o all’interdizione, dato che i detti istituti, pur tesi tutti ad assicurare la protezione del soggetto debole, rispondono ad esigenze diverse che non sempre sono suscettibili di essere collocate su una scala unitaria di crescente gravità del disagio dell’assistito.

Pertanto non si può ritenere che il rinvio residuale operato dall’art.411 secondo comma c.c. estenderebbe in via automatica all’amministratore di sostegno il divieto di succedere espressamente previsto dall’art.596 primo comma c.c. solo per il tutore e protutore, e non invece per il curatore dell’inabilitato.