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Il familiare del disabile ha diritto di scegliere la sede di lavoro

Il familiare del disabile ha diritto di scegliere la sede di lavoro non solo nella fase genetica del rapporto di lavoro ma anche nell’ipotesi di domanda di trasferimento proposta dal lavoratore. Specificatamente il familiare del disabile ha diritto di scegliere la sede di lavoro, ove possibile, più vicina al domicilio della persona che necessità di assistenza e non può essere trasferita altrove.

Questo è il principio di diritto confermato della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con l’ordinanza n. 6150 del 2019.

La vicenda riguarda un lavoratore che aveva avanzato domanda di trasferimento presso la sede più vicina al domicilio della sorella disabile che assisteva.

A seguito del diniego della richiesta di trasferimento, il lavoratore familiare del disabile proponeva ricorso davanti al Tribunale competente, che, all’esito del processo, negava il diritto del lavoratore al trasferimento. Proposto appello, la Corte territoriale di Milano dichiarava il diritto del lavoratore a scegliere la sede di lavoro più vicina al domicilio della sorella, che aveva bisogno di assistenza. Conseguentemente ordinava al datore di lavoro il trasferimento del dipendente presso quella sede, o in altra filiale più vicina al comune di residenza della sorella tra quelle disponibili alla data della domanda di trasferimento o divenute successivamente disponibili.

La Corte meneghina, nel riformare la sentenza di primo grado, ha condiviso la più recente giurisprudenza di legittimità secondo la quale  il familiare del disabile ha diritto di scegliere la sede di lavoro non solo al momento dell’instaurazione del rapporto di lavoro ma anche durante lo svolgimento di esso, con la richiesta di trasferimento.

La Corte territoriale, nel caso di cui  si va discorrendo, ha ritenuto sussistente sia  il requisito soggettivo, ossia la condizione di handicap grave della sorella del lavoratore, sia quello oggettivo della disponibilità di posti per lo svolgimento delle medesime mansioni in uffici vicini alla residenza della disabile.

Contro la decisione del giudice di seconde cure, veniva proposto ricorso per cassazione.

Sostanzialmente il datore di lavoro sosteneva che l’art. 33, comma 5, della legge 104 del 1992 potesse trovare applicazione solo nell’ipotesi di scelta della sede di lavoro e non anche laddove la continuità dell’assistenza fosse stata interrotta con l’assegnazione della sede lavorativa ed il dipendente mirasse a ripristinarla attraverso il trasferimento. Il ricorrente riteneva, altresì, che il diritto al trasferimento non sarebbe comunque incondizionato bensì, come desumibile dalla disposizione legislativa, soggetto a bilanciamento con le esigenze economiche, organizzative e produttive dell’impresa.

La Suprema Corte nel respingere il gravame,  ha confermato che il familiare del disabile ha diritto di scegliere la sede di lavoro non solo all’inizio del rapporto di lavoro, mediante la scelta della sede ove svolgere l’attività lavorativa, ma anche nel corso del rapporto di lavoro mediante  domanda di trasferimento.

Infatti secondo gli ermellini Il principio su cui si fonda la norma è quello di favorire l’assistenza al parente o affine handicappato, dunque è irrilevante che l’esigenza sorga nel corso del rapporto o sia presente al momento dell’assunzione del lavoratore.

Tale interpretazione, a parere il collegio, coglie ancor più nel segno dopo la novella della legge 53 del 2000, che ha eliminato il requisito della convivenza tra il lavoratore e il familiare handicappato, e soprattutto dopo la legge 183 del 2010, che ha eliminato, a sua volta, i requisiti di “continuità e esclusività” dell’assistenza.   Invero l’art. 33, comma 5, L. 104 del 1992, risultante agli esiti dei suddetti interventi normativi, prevede che il lavoratore, sia pubblico o privato, che assiste persona con handicap grave, ha diritto di scegliere la sede di lavoro più vicina alla residenza della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede.

Quindi ha ritenuto che l’interpretazione della Corte territoriale coerente con il dato normativo e l’ha riconosciuta come la sola compatibile con le esigenze di tutela di rango costituzionale connesse alla condizione di persona con handicap.

Pertanto, la previsione di cui al comma 5 dell’art. 33 rientra nel novero delle agevolazioni e previdenze riconosciute , quale espressione dello Stato sociale, in favore di coloro che si occupano dell’assistenza nei confronti dei parenti disabili e questo sul presupposto che il ruolo delle famiglie resta fondamentale nella cura e nell’assistenza dei soggetti disabili.

Questo perché l’assistenza al disabile e il soddisfacimento dell’esigenze di socializzazione dello stesso, in tutte le sue manifestazioni, costituiscono fondamentali fattori di sviluppo della personalità ed idonei strumenti di tutela della sua salute. Diritto, quest’ultimo, che va garantito e tutelato, al soggetto portatore di disabilità come singolo e come componente di una formazione sociale ai sensi dell’art. 2 cost.

Quindi riconoscere che il familiare del disabile ha diritto di scegliere la sede di lavoro è un strumento di tutela indiretta della persona diversamente abile, con la conseguenza che circoscrivere l’agevolazione a favore dei familiari della persona disabile al momento della scelta iniziale della sede di lavoro, significherebbe escludere da quella tutela di rango costituzionale  tutte quelle persone le cui  esigenze di assistenza sono sopravvenute, dando luogo una evidente e assurda disparità di trattamento delle persone disabili.

Di talché la Suprema corte ha confermato che il familiare del disabile ha diritto di scegliere la sede di lavoro non solo nella fase genetica del rapporto di lavoro ma anche nell’ipotesi di domanda di trasferimento proposta dal lavoratore, in quanto  solo in tal modo, da un lato, viene garantita la funzione solidaristica della disciplina dettata dal legislatore e, dall’altro, i diritti fondamentali in gioco, tutelati tanto a livello Costituzionale quanto dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 13.12.20016 dei disabili, ratificata dall’Italia.