Divisione della casa coniugale

Divisione della casa coniugale

In tema di divisione della casa coniugale, quando l’immobile non è comodamente divisibile e i coniugi sono titolari di quote identiche, la scelta di attribuzione dell’immobile all’uno o all’altro coniuge, ai sensi dell’art. 720 cc., compete al giudice sulla base di ragioni di opportunità e convenienza. Pertanto il rimedio residuale della vendita all’incanto della casa coniugale trova applicazione solo ove non sia ravvisabile alcun criterio oggettivo di preferenza. La scelta del coniuge a cui assegnare la casa familiare non può dipendere dalla maggiore offerta che uno di essi faccia, rispetto al prezzo stimato dal consulente del giudice, infatti il procedimento divisionale non si concretizza in una gara tra comproprietari.

Questo è il principio di diritto enunciato dalla corte di cassazione, sez. II, con la sentenza n. 8514 del  31.03.2017.

La vicenda riguarda la divisione della casa coniugale. Segnatamente a seguito di separazione personale, uno dei coniuge,  ricorreva al giudice al fine di  ottenere lo scioglimento della comunione insistente  sull’appartamento destinato a casa familiare, con annesso garage. Chiedeva, quindi la divisione della casa coniugale e, altresì, la restituzione dei mobili di sua proprietà esclusiva e la divisione dei mobili comuni, nonché  la condanna della moglie al pagamento dei danni per l’occupazione dell’appartamento e l’uso dei mobili dalla data delle separazione.

Costituitasi in giudizio, l’ex moglie chiedeva  il rigetto della domanda di divisione della casa coniugale, in subordine la sospensione ex art. 1111 cc e in via riconvenzionale l’accertamento dell’inesistenza di beni mobili oggetto delle domande di restituzione e divisione, nonché la condanna del marito al pagamento di una certa somma, oltre interessi e rivalutazione, corrispondente al 50% di spese straordinarie nonché delle spese previste dall’art. 9 della legge 392/1978 con eventuale compensazione, in ipotesi di accoglimento della domanda di divisione della casa coniugale, delle somme eventualmente da essa dovute con i crediti vantati.

Il tribunale dichiarava sciolta la comunione condannando la moglie  alla restituzione degli arredi della camera da letto di proprietà del marito, e  rigettava la domanda di restituzione della libreria e di altri arredi, provvedendo ad assegnare in proprietà l’ex casa coniugale alla moglie, attribuendo al marito la metà del valore accertato (detraendo il diritto di abitazione della moglie coniuge assegnatario in sede di separazione). Provvedeva altresì a rigettare la domanda di risarcimento del danno avanzata del marito e condannava lo stesso a rimborsare parte delle spese straordinarie sostenute dalla moglie, e ,conseguentemente, operata la compensazione,  condannava quest’ultima al pagamento di una certa somma, dichiarando inammissibile la compensazione con i crediti da assegno divorzile.

La sentenza veniva sostanzialmente  confermata in appello. Pertanto il marito proponeva ricorso in cassazione ritenendo erronea  la decisione del giudice di seconde cure perché l’attribuzione della proprietà della casa familiare alla moglie non era stata richiesta dalla stessa personalmente, sia perché a fronte della richiesta di entrambe i comproprietari il giudice avrebbe dovuto procedere a gara tra gli offerenti.

Per il Supremo collegio, il caso sottoposto al suo esame poneva un problema della plausibilità tra il criterio comparativo dell’interesse personale all’abitazione e quello economico al maggior profitto.

Tale problema è stato risolto sulla base dell’art. 1116 c.c., il quale prevede che  alla divisione delle cose comuni si applicano le norme sulla divisione dell’eredità in quanto compatibili, e dell’art. 720 c.c, il quale  indica prioritariamente la preferenza del maggior quotista o di coloro i quali richiedono congiuntamente l’attribuzione, ed esclude la possibilità di darsi luogo alla vendita all’incanto ogni qualvolta  i quotisti richiedano l’attribuzione della casa familiare.

Alla luce di tale normativa,  gli ermellini  hanno confermato la statuizione della corte di appello,   valorizzando, al fine di assegnare in proprietà la casa familiare  alla moglie, il fatto che la stessa aveva abitato l’immobile assieme alla figlia, la quale, al momento della decisione, era  maggiorenne ma non ancora economicamente indipendente. Pertanto, il collegio ha ritenuto prevalente l’interesse della moglie a continuare ad abitare l’ex casa coniugale rispetto all’interesse, di natura economica, vantato dal marito.

 

Write a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *